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Creare valore nella digital transformation

L’evoluzione tecnologica è stata, negli ultimi decenni, straordinaria, epocale.

Oggi si parla di Digital Transformation per indicare l’insieme dei cambiamenti tecnologici, culturali, organizzativi, sociali, creativi e manageriali, che sono diventati di tale portata da influenzare irreversibilmente il nostro modo di pensare, di esprimerci, di interagire, di relazionarci in famiglia, nel lavoro, con gli altri e con il mondo; dunque il nostro stesso modo di vivere.

L’impatto e le ingerenze del “mondo digitale” nella sfera sociale, umana e personale dell’individuo rendono, forse, più appropriata la definizione di Digital Human Transformation.

Siamo “passati”, in pochi decenni, dalle lampadine ad incandescenza alla domotica (casa intelligente e “connessa”), dal telefono a gettoni agli smartphone, dalle cartine geografiche al GPS.

Nei primissimi anni 90, il Centro Europeo di Ricerca Nucleare annunciava la nascita del World Wide Web, oggi la stragrande maggioranza della nostra vita e delle cose che facciamo dipende da un collegamento ad Internet. E le stesse tecnologie digitali si sviluppano rapidamente con ed insieme alla Rete.

Sono circa 3,3 miliardi le persone (utenti) connesse oggi ad Internet. Secondo le stime (McKinsey & Company) nel 2020 il mondo dell’IoT (Internet of Thing), ovvero gli oggetti (dispositivi) connessi alla Rete, saranno tra i 20 e i 30 miliardi, con un indotto economico previsto per il 2025 di circa l’11% dell’economia mondiale. Più basse sono le stime per Gartner: 6,7 miliardi di oggetti connessi e 10 miliardi secondo le ricerche dell’International Data Corporation.

Lo tsunami di innovazioni in tutti gli ambiti tecnologici (robotica, automazioni, sensoristica, ecc.) applicato alla gestione d’impresa ed in generale al nuovo modo di comunicare, ha permesso soprattutto alle imprese più solide di crescere esponenzialmente, grazie anche ai cospicui investimenti proprio nel comparto Ricerca & Sviluppo.
Va da sé, infatti, che per un’azienda l’innovazione può apportare benefici di notevole portata in diversi ambiti di applicazione: dall’implementazione dei prodotti/servizi alla qualità dei processi produttivi, dai metodi organizzativi alle strategie di contatto con i clienti, e via dicendo.

Più in generale, consideriamo il fatto che il perseguimento del “profitto economico” fine a se stesso è stato probabilmente una delle principali cause di problemi sociali, ambientali ed economici. Basta leggere le pagine dei giornali per trovare ad esempio notizie di continui disastri ambientali, tanto per fare un paio di esempi di “casa nostra”, ricordiamo l’Ilva di Taranto o la catastrofe della Terra dei fuochi in Campania.

Quindi, se è vero che un’azienda – grazie anche alle opportunità derivanti dalla Digital Human Trasformation – può creare valore economico e “portare a casa” profitti per la sua stessa sopravvivenza, è pur vero che le aziende più longeve e vincenti sono quelle che hanno operato nel rispetto del delicato e allo stesso tempo importante legame tra il vantaggio competitivo e la Corporate Social Responsibility, ovvero il concetto della Creazione di Valore Condiviso (CSV), introdotto dall’Harvard Business Review già nel 2011 con un interessante articolo di approfondimento.

In altri termini, è fondamentale che le scelte aziendali e di governo vengano assunte in modo responsabile, che siano rivolte anche al perseguimento del progresso sociale e al benessere dei soggetti coinvolti, con un’attenzione particolare alla sostenibilità ambientale; in ambito giuridico si tradurrebbe con la “diligenza del buon padre di famiglia”.

Quindi è necessario che anche i benefici derivanti dall’evoluzione tecnologica non comportino conseguenze nefaste, il cui prezzo debba essere pagato dalle generazioni future, dai nostri figli, dai nostri nipoti.

Nel panorama italiano vi sono, per fortuna, diversi esempi virtuosi di aziende impegnate in progetti innovativi che, per loro natura, generano sia valore condiviso per la collettività che profitto economico per l’azienda, in una condizione che si può definire win-win, ossia di reciproca vittoria per la collettività e per le imprese.

Si pensi ad esempio alla Nespresso, che ha preferito investire sui piccoli produttori di caffè invece che sui grandi distributori, con il risultato di avere un caffè di qualità ad un prezzo contenuto, per non parlare della riconoscenza e del legame fiduciario che si è creato nei produttori verso l’azienda che ha permesso loro di crescere.

Un altro esempio virtuoso italiano è l’Enel, che si è impegnata da alcuni anni nell’adottare, in ogni attività dell’azienda, un modello di creazione di valore condiviso (Creating Shared Value): dal business development alla fase di ingegnerizzazione e costruzione degli impianti, fino alla sua gestione quotidiana.

E, come queste, molte altre realtà virtuose.

In questo blog, tra l’altro, tratteremo e racconteremo anche queste storie, questi progetti responsabili realizzati sia dalle grandi multinazionali che dalle piccole imprese: mi piace pensare che si possa innescare un sistema virtuoso generalizzato, attraverso la sensibilizzazione verso l’importanza di perseguire il progresso sociale mediante un’Innovazione che sia davvero responsabile.